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Stop ai controlli a "tappeto" sul computer dei lavoratori: sentenza della Cassazione
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Stop ai controlli a "tappeto" sul computer dei lavoratori: sentenza della Cassazione

Verifiche consentite solo per dati successivi all’insorgere del sospetto: esclusa l’acquisizione di ogni tipologia di documento

Redazione
23 Settembre 2021 17:18

Stop ai controlli "a tappeto" da parte dell'azienda sul computer dei lavoratori. Le veri?che, infatti, possono essere consentite per motivi disciplinari solo se riguardano dati successivi all'insorgere del sospetto. È esclusa, invece, l'acquisizione di ogni tipologia di documento precedente e in violazione della normativa sulla privacy. Sono queste le importanti conclusioni raggiunte dalla sezione lavoro della Cassazione nella sentenza 25732/21 del 22 settembre che ha accolto in parte il ricorso di una lavoratrice.

In seguito all'accertamento della diffusione di un virus nella rete aziendale l'amministrazione del sistema informatico dell'azienda aveva eseguito un accesso sul computer della lavoratrice, appurando che nella cartella di download del disco ?sso era presente un ?le scaricato che aveva propagato il virus che, partito dal computer aziendale in uso alla lavoratrice, aveva iniziato a propagarsi nella rete dell'impresa, criptando i ?les all'interno di vari dischi di rete, rendendo gli stessi illeggibili e quindi inutilizzabili. In occasione dell'intervento venivano in rilievo numerosi accessi, da parte della lavoratrice, a siti che all'evidenza erano stati visitati per ragioni private, per un tempo lungo, tale da integrare una sostanziale interruzione della prestazione lavorativa. La dipendente era stata quindi licenziata per giusta causa e la corte d'appello aveva confermato la decisione espulsiva.

La vertenza è così giunta in Cassazione. La Suprema corte, nel decidere la questione, ha affermato che anche dopo la modi?ca dell'articolo 4 dello Statuto dei lavoratori si pone il problema della legittimità dei cosiddetti controlli difensivi.  Può quindi parlarsi di controllo ex post solo ove, a seguito del fondato sospetto del datore circa la commissione di illeciti a opera del lavoratore, il datore stesso provveda, da quel momento, alla raccolta delle informazioni. Ne consegue, ha concluso la Cassazione, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello "Sportello dei Diritti" che il ricorso della lavoratrice deve essere accolto in esecuzione del principio di diritto secondo cui "sono consentiti i controlli anche tecnologici posti in essere dal datore di lavoro ?nalizzati alla tutela di beni estranei al rapporto di lavoro o ad evitare comportamenti illeciti, in presenza di un fondato sospetto circa la commissione di un illecito, purché sia assicurato un corretto bilanciamento tra le esigenze di protezione di interessi e beni aziendali, correlate alla libertà di iniziativa economica, rispetto alle imprescindibili tutele della dignità e della riservatezza del lavoratore, sempre che il controllo riguardi dati acquisiti successivamente all'insorgere del sospetto. Non ricorrendo le condizioni suddette la veri?ca della utilizzabilità a ?ni disciplinari dei dati raccolti dal datore di lavoro andrà condotta alla stregua dell'art. 4 legge n. 300/1970, in particolare dei suoi commi 2 e 3".

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