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Mafia, cinque arresti: tra questi il paladino dei diritti dei detenuti Antonello Nicosia
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Mafia, cinque arresti: tra questi il paladino dei diritti dei detenuti Antonello Nicosia

Nicosia, secondo i magistrati, non si sarebbe limitato a fare da tramite tra i detenuti e le cosche, ma avrebbe gestito business in società col capomafia di Sciacca Accursio Dimino

Redazione
04 Novembre 2019 09:40

Si stringe sempre più il cerchio attorno a Matteo Messina Denaro. Sono 5 le persone arrestate dai finanzieri del Gico di Palermo e dai carabinieri del Ros e tra queste figura Antonello Nicosia, 48 anni, originario di Sciacca, paladino dei diritti dei detenuti.È su di lui che, stando agli inquirenti, potevano contare i boss vicini al superlatitante. Ma c'è di più, essendo il collaboratore di Pina Occhionero, parlamentare di Italia Viva, si è recato nelle carceri di Sciacca, Agrigento, Trapani e Tolmezzo (in provincia di Udine) e durante le ispezioni, sempre secondo gli investigatori, Nicosia avrebbe ricevuto dai boss messaggi da recapitare all’esterno. L'indagato sfruttava la collaborazione con la Occhionero perchè così entrava nelle prigioni senza la preventiva autorizzazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e ciò sfruttando le prerogative riconosciute dalle norme sull’ordinamento carcerario ai membri del Parlamento e a coloro che li accompagnano.
La Occhionero, avvocato di 41 anni, molisana, è stata eletta alle ultime elezioni politiche nelle liste di Leu ed è recentemente passata a Italia Viva, il partito di Renzi. La deputata non è al momento indagata, ma sarà sentita dai pm di Palermo come testimone.
L'inchiesta, condotta da Ros e Gico, è coordinata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, dall'aggiunto Paolo Guido e dai pm Gery Ferrara e Francesca Dessì. Dalle intercettazioni è emerso che Nicosia definiva la strage di Capaci in cui morì Giovanni Falcone "un incidente sul lavoro" e per Matteo Messina Denaro usava parole come "primo ministro".
Intercettato per mesi dal Ros e dal Gico della Finanza, parlando al telefono, dava giudizi sprezzanti sul giudice ucciso dalla mafia a Capaci nel 1992: di lui diceva anche che "da quando era andato al ministero della Giustizia più che il magistrato faceva il politico". Un linguaggio volgare quello usato da Antonello Nicosia.
Nicosia, secondo i magistrati, non si sarebbe limitato a fare da tramite tra i detenuti e le cosche, ma avrebbe gestito business in società col capomafia di Sciacca Accursio Dimino, 61 anni, imprenditore ittico ed ex professore di educazione fisica, anche lui tra i fermati. L'uomo era già condannato per associazione mafiosa: nel tempo, è stato "reclutatore di nuovi adepti", fino a diventare, nel primo decennio degli anni 2000, capo della famiglia mafiosa di Sciacca.
Dimino, negli anni ’90, ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo di dinamiche associative ultra-provinciali, mantenendo contatti e veicolando “pizzini” con i corleonesi, in particolare con Riina Salvatore e Brusca Giovanni e dalle attività investigative erano emersi i contatti con il latitante mafioso Matteo Messina Denaro. E, a partire dalla sua scarcerazione, sono stati documentati i rapporti intrattenuti con soggetti mafiosi operanti nel territorio di Sciacca, di Castellammare del Golfo e con alcuni personaggi ritenuti contigui alla famiglia mafiosa Gambino di New York.
Dimino si è in particolare relazionato con un soggetto con cui aveva pianificato un’attività criminale che successivamente non è stata portata a compimento a causa dell’improvviso omicidio, avvenuto a New York lo scorso 13 marzo, di Frank Calì, esponente di spicco della citata famiglia mafiosa italo-americana.
Dimino avrebbe esercitato "pressioni su imprenditori locali per consentire a imprese riconducibili a propri sodali di ottenere appalti, l’attività di recupero crediti a beneficio di soggetti legati a uomini d’onore, propositi di danneggiamenti e altre attività criminali nei confronti di diversi soggetti per finalità estorsive".
Dalle indagini è stato scoperto anche che l'uomo nel passato abbia rappresentato, in passato, l’ala più dura della famiglia di appartenenza, facendo parte del “triumvirato”, lo storico gruppo di fuoco operante negli anni ‘90 Sciacca.
Con Dimino, Nicosia si incontrava abitualmente e insieme avrebbero fatto affari coi clan americani e riciclato denaro sporco. Da alcune intercettazioni emergerebbero anche progetti di omicidi.
Insieme a Nicosia (già noto in quanto condannato in via definitiva alla pena di 10 anni e 6 mesi di reclusione per partecipazione ad associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, scarcerato da ormai oltre 10 anni) e Dimino sono finite in manette anche altre tre persone: Massimiliano Mandracchia, Paolo e Luigi Ciaccio. Sono stati perquisiti uffici, negozi e case nella disponibilità degli arrestati. Sequestrati agli indagati disponibilità finanziarie, tra le quali una carta di credito collegata a conti esteri, e patrimoniali, tra cui un’imbarcazione.
Dalle indagini è emersa, tra le altre cose, una riunione, compiuta a febbraio del 2019 a Porto Empedocle, tra Nicosia e due pregiudicati mafiosi di cui uno fidato sodale del latitante Messina Denaro, nel corso del quale i tre parlavano del latitante al quale doveva essere destinata una somma di denaro che gli interlocutori si stavano prodigando a recuperare ed inoltre, è stato messo in luce, dagli inquirenti, l'impegno di Nicosia per la realizzazione di un non meglio delineato progetto che, afferente il settore carcerario, interessava direttamente Messina Denaro da cui l’indagato, per l’opera svolta, si aspettava di ricevere un ingente finanziamento.
Nicosia, spendendo titoli docenza anche internazionali, nonché quale appartenente al Comitato Nazionale dei Radicali Italiani e direttore della Onlus Osservatorio Internazionale dei Diritti dell’Uomo (O.I.D.U.), ha operato nell’ambito assistenziale del settore carcerario, accedendo all’interno di alcuni istituti di detenzione e intrattenendo rapporti con operatori penitenziari. L'indagato, nel tempo, ha cercato di favorire alcuni detenuti tra cui Filippo Guttadauro (cognato del latitante, attualmente internato in misura di sicurezza - casa lavoro presso la Casa Circondariale di Tolmezzo e ancora sottoposto al regime detentivo ex art 41 bis O.P.).
Nella prima puntata del suo programma televisivo e via web “Mezz’ora d’aria”, titolata Misure di Sicurezza - il caso Tolmezzo e trasmessa da una emittente locale, ha intervistato un avvocato con cui si soffermava a disquisire in ordine ad un’asserita anticostituzionalità della procedura di applicazione delle misure di sicurezza (fenomeno dei cosiddetti “ergastoli bianchi”) con particolare riguardo agli internati sottoposti all’art 41 bis O.P. della Casa Circondariale di Tolmezzo, dove si trova ristretto proprio Filippo Guttadauro. (Gds.it)

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