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Gela, il sottosuolo restituisce una cisterna greca e un pozzo di epoca medievale. Mulè chiede di tutelare questo patrimonio
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Gela, il sottosuolo restituisce una cisterna greca e un pozzo di epoca medievale. Mulè chiede di tutelare questo patrimonio

Durante i lavori di manutenzione della condotta idrica, in via Giacomo Navarra Bresmes, vicino alla Madrice, sono state fatte importanti scoperte

Redazione
27 Novembre 2018 18:00

Lettera aperta di Nuccio Mulè, cultore di patrie memorie indirizzata al Comune di Gela, alla sovrintendenza ai Beni Culturali e all’assessorato regione ai Beni Culturali.“Gli scavi di via Giacomo Navarra Bresmes a Gela stanno riservando sorprese incredibili di ritrovamenti che necessariamente debbono avere il conforto delle istituzioni competenti per la prosecuzione dello scavo archeologico. E quando scriviamo di istituzioni, ognuna per le proprie competenze, ci riferiamo al Comune di Gela, alla Soprintendenza di Caltanissetta e soprattutto l’Assessorato Regionale ai Beni Culturali affinchè da esso, in particolare, vengano adottati (se eventualmente ancora non l’hanno fatto) i provvedimenti legislativi dell’Archeologia Preventiva con lo scopo di conciliare l'esigenza di tutela del patrimonio archeologico con le necessità operative delle attività che comportano lavori di scavo. Infatti, gli scavi odierni di Gela della società Caltaqua Acque di Caltanissetta, attigui alla Madrice, devono essere sottoposti tramite la Soprintendenza di Caltanissetta al D.Lgs. n. 50/2016, con l’obbligatorietà dell'applicazione dell'art. 25 ai fini di una verifica preventiva dell'interesse archeologico sulle aree interessate alle opere da attuare. L'applicazione dell'iter procedurale, previsto da tale articolo, permette alla committenza di opere pubbliche di conoscere preventivamente il rischio archeologico dell'area su cui è in progetto l'intervento e di prevedere in conseguenza eventuali variazioni progettuali, difficilmente attuabili in corso d'opera, in attuazione del disposto dell'art. 20 del D.Lgs. 42/2004 e simili che recita: "i beni culturali non possono essere distrutti, deteriorati, danneggiati o adibiti ad usi non compatibili con il loro carattere storico o artistico oppure tali da recare pregiudizio alla loro conservazione".
    Inoltre, con la legge 109 (del 25 giugno 2005, poi recepita negli artt. 95-96 del d. legisl. 12 apr. 2006 nr. 163 - Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE) e con l’art. 95 è stata così definita la procedura della cosiddetta Verifica Preventiva dell’interesse archeologico, conosciuta meglio con l’acronimo di VIArch (ovvero Valutazione Impatto archeologico) che impone alle stazioni appaltanti di trasmettere al soprintendente copia del progetto preliminare dell’intervento corredata dagli esiti di studi e analisi geo-archeologiche preliminari, e, per le opere a rete, l’interpretazione del telerilevamento, nonché le ricognizioni di superficie sulle aree interessate dai lavori. E tutto ciò non solo perché possa interessare Gela ma anche per dare un valido contributo a tutta la scienza archeologica.
    Cosa sta venendo alla luce su questo asse viario di fronte la chiesa Madre a Gela? In sintesi sono stati ritrovati una cisterna greca, da iniziare a scavare, e un butto, ovvero un pozzo rettangolare di epoca medievale da cui già gli archeologi della Soprintendenza di Caltanissetta hanno estratto reperti ceramici di diverse epoche che partono dal 1250 per arrivare fino al Rinascimento e che dimostrano l’importanza di Gela in epoca basso-medievale, importanza sotto molti aspetti ancora sconosciuta. Da tali ritrovamenti, ancora in fase iniziale, si comincia già a delineare una storia della città tutta da scrivere nel contesto medievale della Sicilia.
    Con quest’altra occasione da non perdere è giunta l’ora di attivarsi per dare un destino diverso alla nostra città dopo quello illusorio dell’industria petrolchimica. Gela deve ritornare ad essere una città dove l’archeologia dovrà rappresentare il punto di svolta per una nuova economia e una nuova politica occupazionale, basate ambedue sul turismo archeologico. Cosa che i nostri amministratori (locali, provinciali e regionali), tutti e nessuno escluso, dal dopoguerra ad oggi non hanno saputo né vedere né tantomeno voluto considerare”.

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