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"Non sono un mostro, ma ho capito gli errori". Il giovane nisseno che ha contagiato l'Aids a 6 donne si difende
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"Non sono un mostro, ma ho capito gli errori". Il giovane nisseno che ha contagiato l'Aids a 6 donne si difende

C’è anche una ragazzina che nel 2007 aveva 14 anni tra le sei donne contagiate da Valentino, l'impiegato sieropositivo di 31 anni di Caltanissetta arr...

Redazione
03 Dicembre 2015 16:06

C’è anche una ragazzina che nel 2007 aveva 14 anni tra le sei donne contagiate da Valentino, l'impiegato sieropositivo di 31 anni di Caltanissetta arrestato a Roma. Il giovane è orfano. Lei non lo aveva conosciuto via chat, come alcune delle altre. Lui era un amico di famiglia, compagno di scuola sorella maggiore e lavorava per conto dei suoi genitori. La fiducia in quell’uomo era tale che proprio i genitori della giovane vittima, racconta il Messaggero, gli chiedevano di andarla prendere a scuola. E poi c’erano due donne che con Valentino, che le ha sempre ingannate, hanno perso la verginità. E una ventenne che ha scoperto la malattia quando era incinta. Poi un’infermiera, che ha escluso di essersi potuta contagiare in altro modo, ma che ogni giorno, per lavoro, inconsapevolmente poteva mettere a rischio i propri pazienti. Queste sono alcune delle vittime di Valentino, adesso in carcere al Regina Coeli con l’accusa di lesioni personali gravissime e insanabili con l’aggravante dei “futili motivi”, dal momento che, pur sapendo di essere sieropositivo, chiedeva alle sue partner di avere rapporti sessuali senza preservativo per provare più piacere. “Sono stato contagiato da giovanissimo, ma non ho mai sviluppato l’Aids. Non volevo vendicarmi. Ma ora ho capito i miei errori”, dice adesso Valentino. Che allo stesso tempo liquida il suo comportamento come un atto di “leggerezza”. Mentre i magistrati parlano di “foga bulimica di appagamento sessuale”, una “compulsività tale nella ricerca di relazioni fisiche che non potrebbe essere minimamente arginata e tanto meno neutralizzata dall’imposizione degli arresti domiciliari”. Per questo Valentino resta in carcere. «Ho vissuto con la maggior parte di queste donne, eravamo innamorati, facevamo colazione in cucina al mattino: perché avrei dovuto fargli del male?» chiede con gli occhi sgranati, spaventato dal carcere ma senza capire, convinto che alla roulette russa si possa anche scampare. Perché rischiare però? Di fronte a questa domanda è sempre rimasto in silenzio. Nel suo caso la patologia, sostiene l’avvocato, era in fase regressiva «al punto da rendere il contagio improbabile». Èla sua linea difensiva. Il legale produrrà una consulenza sul cosiddetto «effetto bandierina», cioè un periodo in cui il virus è più debole e la sua capacità di contagio si riduce. «Ecco perché il mio cliente ha ritenuto di poter gestire la malattia e gli effetti sulle partner». Ma il vero asso nella manica di Valentino è la sua attuale compagna. Trent’anni anche lei, uno stipendio, amici dello stesso giro delle vittime. Innamorata, leale ma soprattutto negativa al test. «E’ la dimostrazione — sostiene il difensore – che il mio cliente non è un mostro. Certo, è un ragazzo che non ha avuto un’educazione sentimentale o affettiva, ma altro non c’è».

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