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"Non falsificarono cartella di un paziente morto". Caltanissetta, assolti il primario Nino Salvo e medico del Sant'Elia
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"Non falsificarono cartella di un paziente morto". Caltanissetta, assolti il primario Nino Salvo e medico del Sant'Elia

Quei medici non falsificarono la cartella clinica di un paziente morto per una leishmaniosi all'ospedale Sant'Elia di Caltanissetta. Tredici anni dopo...

Redazione
12 Maggio 2015 18:55

Quei medici non falsificarono la cartella clinica di un paziente morto per una leishmaniosi all'ospedale Sant'Elia di Caltanissetta. Tredici anni dopo il decesso di Giuseppe Faraoni, originario di Serradifalco e morto nel maggio del 2002, e tre anni dopo il verdetto di colpevolezza emesso in primo grado, oggi s'è concluso con una sentenza di assoluzione il processo nei confronti dell'attuale primario del reparto di Malattie infettive del "Sant'Elia", Antonino Salvo, e dell'infettivologa Rosa Porrovecchio, entrambi scagionati per non aver commesso il fatto in relazione all'accusa di falso ideologico, e perché il fatto non sussiste sull'ipotesi di falso materiale. Innocenza sancita oggi dalla Corte d'Appello presieduta da Sergio Nicastro che - accogliendo le tesi degli avvocati Giacomo Butera e Giuseppe Piazza - legali di Salvo - e dell'avvocato Letizia Galati - difensore di Porrovecchio - ha ribaltato il verdetto di condanna del giudice monocratico Antonella Leona che inflisse 1 anno e 3 mesi al primario e 1 anno e 4 mesi alla collega Porrovecchio. Pene che il sostituto Pg Fabio D'Anna chiedeva di confermare, così come l'avvocato Alberto Fiore, legale dei familiari di Faraoni costituitisi parte civile, così come l'entità dei risarcimenti disposta dal Tribunale. Secondo l'originaria tesi accusatoria e oggi smontata dai giudici d'appello, il primario e la collega avrebbero falsificato la cartella clinica per "autoscagionarsi" dall'inchiesta per il decesso del paziente per la quale per due volte la Procura chiese l'archiviazione. Giuseppe Faraoni fu ricoverato a Malattie Infettive per una febbre alta, ritenendo di aver contratto la brucellosi. Il primario, secondo quanto emerso dal dibattimento, gli suggerì di sottoporsi ad una biopsia ossea alla quale si oppose, firmando piuttosto le dimissioni volontarie. Circostanza sempre smentita da familiari del serradifalchese. E il suo rifiuto a quell’accertamento venne annotato dal medico Porrovecchio sulla cartella clinica "incriminata", poi passata all’esame grafologico dei carabinieri del Ris di Messina. Documentazione che però, secondo quanto stabilito adesso dalla Cortre d'Appello, non è stata "taroccata" nè dal primario Antonino Salvo nè dal medico Rosa Porrovecchio.

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