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Mafia. Morto il boss Provenzano: la latitanza nel Nisseno e la rete dei "postini"
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Mafia. Morto il boss Provenzano: la latitanza nel Nisseno e la rete dei "postini"

Èmorto il boss Bernardo Provenzano. Ottantatrè anni, malato da tempo, indicato come il capo di Cosa nostra, venne arrestato dopo una latitanza di 43 a...

Redazione
13 Luglio 2016 10:38

Èmorto il boss Bernardo Provenzano. Ottantatrè anni, malato da tempo, indicato come il capo di Cosa nostra, venne arrestato dopo una latitanza di 43 anni l'11 aprile del 2006 in una masseria di Corleone, a poca distanza dall'abitazione dei suoi familiari. Il capomafia era detenuto al regime di 41 bis nell'ospedale San Paolo di Milano. Tutti i processi in cui era ancora imputato, tra cui quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, erano stati sospesi perché il boss, sottoposto a più perizie mediche, era stato ritenuto incapace di partecipare. Provenzano, secondo quanto raccontato da molti collaboratori di giustizia, durante la latitanza si nascose per un periodo anche in provincia di Caltanissetta. Dalle inchieste, infatti, emerse che un ex bancario di Cinisi come Giuseppe Palazzolo - catturato a San Cataldo nel marzo 2001 dopo una breve latitanza - avesse acquistato diversi terreni per conto dell'ex superlatitante. Sotto la lente di ingrandimento finì un podere di contrada Trabona, tra San Cataldo e Caltanissetta. Un prestanome, insomma. Ma anche nel Nisseno, Binnu poteva contare su una rete di "postini", in particolare nel Vallone, che smistava i suoi pizzini da una provincia all'altra. Foglietti in cui Provenzano impartiva ordini su estorsioni da gestire. L'operazione del Ros "Grande Mandamento" scattata in tutta la Sicilia permise di sgominare anche una cellula di fiancheggiatori tra Montedoro e Canicattì, tre dei quali condannati a Caltanissetta tranne uno che fu assolto. In tempi più recenti, invece, dalle inchieste sono emersi frequenti contatti - esclusivamente con i pizzini - tra Provenzano e la famiglia mafiosa di Campofranco, attraverso l'allora reggente di Cosa Nostra in provincia di Caltanissetta, Angelo Schillaci. Grave stato di decadimento cognitivo, lunghi periodi di sonno, rare parole di senso compiuto, eloquio assolutamente incomprensibile, quadro neurologico in progressivo, anche se lento, peggioramento: è l'ultima diagnosi che i medici dell'ospedale hanno depositato. Nelle loro conclusioni i medici dichiaravano il paziente «incompatibile con il regime carcerario», aggiungendo che «l'assistenza che gli serve è garantita solo in una struttura sanitaria di lungodegenza». Da anni l'avvocato del boss, Rosalba Di Gregorio, aveva chiesto senza successo, la revoca del regime carcerario duro e la sospensione dell'esecuzione della pena per il suo assistito, proprio in virtù delle sue condizioni di salute. Provenzano era ricoverato nell'ospedale San Paolo di Milano dal 9 aprile 2014, proveniente dal centro clinico degli istituti penitenziari di Parma. La moglie e i figli, giunti a Milano il 10 luglio, come informa il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il giorno stesso sono stati autorizzati ad incontrare il loro congiunto.

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