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"Così la mafia ha sterminato la mia famiglia". Chiara Frazzetto si racconta ai liceali del "Volta" di Caltanissetta
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"Così la mafia ha sterminato la mia famiglia". Chiara Frazzetto si racconta ai liceali del "Volta" di Caltanissetta

Al liceo scientifico "Alessandro Volta" di Caltanissetta si è concluso il ciclo di incontri-testimonianza pomeridiani con familiari di vittime di mafi...

Redazione
27 Aprile 2016 11:36

Al liceo scientifico "Alessandro Volta" di Caltanissetta si è concluso il ciclo di incontri-testimonianza pomeridiani con familiari di vittime di mafia: si è trattato di tre appuntamenti che si sono collocati all’interno del più ampio progetto di Legalità “Studenti protagonisti per una scuola aperta e partecipata” con la partecipazione di Libera e il coordinamento della professoressa Maria Giulia Palermo, appuntamenti che che hanno viste protagoniste donne coraggiosissime che sono state in grado di superare il lutto ma anche la paura della criminalità. Nell’ultimo incontro gli studenti hanno incontrato Chiara Frazzetto, sorella di Giacomo e figlia di Salvatore Frazzetto e di Agata Azzolina, tre vittime della mafia niscemese: per mano diretta i primi due, indirettamente la terza, morta suicida perché torturata dalle continue minacce e soprattutto dai nitidi ricordi della morte degli altri, due che essa vide soccombere cinque mesi prima, per mano di estorsori, nel tentativo di opporsi alle richieste della criminalità. Chiara, una donna dai modi freschi e giovanili, ha narrato alla platea di ragazzi silenziosi e attenti i fatti che la legano a quegli eventi e al lungo processo che ne seguì, un racconto così particolareggiato e ricco di forti emozioni da coinvolgere totalmente i ragazzi e lasciarli visibilmente scossi. L’interrogativo che ha attraversato la vita di Chiara dopo quelle tragedie è stato se cambiare nome e andare via o restare a Niscemi con tutti i rischi che avrebbe corso. Lei ha preso la decisione finale di combattere la mafia nel paese natìo continuando a squarciare le pareti del silenzio così come aveva fatto la madre negli ultimi mesi di vita, di collaborare con lo Stato per punire chi le ha ucciso la famiglia e di narrare la sua storia soprattutto ai ragazzi, sia nelle scuole che nelle carceri minorili, dove è così difficile dialogare con chi dalla nascita conosce solo il male e lo vede come unica via possibile. Si sente di aver reso in più modi giustizia ai suoi e, pur avvertendo ancora il dolore della perdita, ha deciso che essere forte - come sembra le venga quasi naturale - è l’unica soluzione. L’esser poi diventata madre l’ha aiutata a perdonare il suicidio di sua madre, vissuto come abbandono e l’ha aiutata a percepire la sofferenza che si può provare alla morte di un figlio proprio, mentre l’incontro con Don Luigi Ciotti e l’associazione Libera le ha riacceso «una luce dentro».

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