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Caltanissetta. Quel "boss" che mafioso non è: Totò Di Marca il "purrittaro" assolto per la terza volta
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Caltanissetta. Quel "boss" che mafioso non è: Totò Di Marca il "purrittaro" assolto per la terza volta

Se qualcuno volesse scriverci un libro, il titolo di questo fantomatico romanzo potrebbe essere "Mafioso soltanto per pochi". E sono già tre sentenze ...

Redazione
18 Maggio 2015 19:02

Se qualcuno volesse scriverci un libro, il titolo di questo fantomatico romanzo potrebbe essere "Mafioso soltanto per pochi". E sono già tre sentenze che sanciscono che Salvatore Di Marca, meglio conosciuto a Caltanissetta come 'u purrittaru, non è un boss ma un comunissimo venditore di panini. E' una storia paradossale di ordinaria giustizia che - giornalisticamente - merita di essere raccontata a parte rispetto alla cronaca processuale e dai mille risvolti di una inchiesta che ha scosso Caltanissetta, macchiato le divise delle forze dell'ordine e imbarazzato vertici della Finanza e dirigenti di Polizia. E quei colleghi che indagavano sui "collusi con le stellette" e che a notte fonda andarono a bussare alle porte di quegli altri colleghi per ammanettarli, portandoli via sotto gli occhi dei familiari come si fa con qualunque altro destinatario di un mandato di cattura. Eppure c'è un altro verdetto - ed è l'ennesimo pronunciato nel nome del popolo italiano - che dice che Salvatore Di Marca, quello che vende hot dog, non è mai stato reggente della famiglia mafiosa di Caltanissetta, malgrado un esercito di pentiti di ogni livello - dal "picciotto" fino al braccio destro del "padrino" - abbia puntato l'indice contro di lui negli ultimi vent'anni. E anche oggi, sono le decisioni dei giudici che parlano e meritano di essere rispettate a prescindere da chi perde e da chi vince in aula, l'accusa esce sconfitta. Non sono bastate le decine di verbali firmati dai collaboratori di giustizia a inchiodarlo, nè le ore di registrazioni audio captate di nascosto dalle microspie o i "frame" dei filmati di incontri sospetti a incastrare Di Marca. Assolto. Prosciolto. Sempre. Già, perché ad ogni mandato di cattura è corrisposta un'assoluzione. Tant'è che per ben due volte lo Stato italiano  ha riconosciuto al "purrittaro" altrettanti indennizzi per essere stato ingiustamente arrestato. Un braccio di ferro giudiziario in cui Di Marca è sempre stato assistito dall'avvocato Dino Milazzo. Per l'ultima operazione antimafia - "Free Town", città libera - in cui era stato trascinato in cella nel settembre del 2004, cinque anni fa Di Marca pretese un altro risarcimento: voleva mezzo milione di euro per 15 mesi di carcere trascorsi da innocente in quanto assolto, ma allora la sua richiesta fu respinta. Il nome di Totò Di Marca per la prima volta entra nelle retate anticrimine e finisce sui giornali nel 1997: scatta l'operazione "Lince" su un giro di droga. Il giudice lo prosciolse in udienza preliminare e poi ottenne il risarcimento per la carcerazione ingiusta. Passa un anno, altro blitz, ancora manette: è l'operazione "Riscatto". Di Marca viene tirato in ballo perché accusato di gestire un traffico di stupefacenti tra Palermo e Caltanissetta con una banda di albanesi. Accuse che si sgretolano: assolto, non ha commesso il fatto. Agli inizi del 2000 la Mobile getta la rete in città che inghiotte tutti: è l'anno di "Free Nigt". Dietro le sbarre finiscono decine di persone - giovani e adulti - accusate di aver seminato il terrore a Caltanissetta con estorsioni, spaccio di droga, risse nelle discoteche, attentati incendiari contro negozi. Di Marca, ancora una volta, è accusato di essere il capoclan che sovrintende quel "caos criminale". Lui non andrà neanche a processo, perché il Gup lo scagiona in udienza preliminare. E pure qui lo Stato pagherà Di Marca per quell'arresto. In quel processo ne uscirà assolto anche Marco Angotti, pure all'epoca ritenuto un picciotto al soldo della cosca mafiosa e vent'anni dopo scagionato dalla stessa identica accusa.

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Adriano Rabiolo Fisioterapista Caltanissetta